
Una sera, storie diverse: Scripts Under the Stars a Calgary
Nota editoriale: Pockitle ha fornito sottotitoli in tempo reale per alcune parti di Scripts Under the Stars. Questo articolo documenta l’evento pubblico e propone una riflessione su di esso. Le citazioni sono tratte dagli interventi pronunciati durante l’evento; la presenza o la menzione di qualsiasi relatrice, relatore o partecipante non va intesa come un’approvazione di Pockitle o SurtitleLive.
Prima che iniziasse la prima serata, le nuvole non si erano ancora aperte del tutto.
A fine settembre, a Calgary fa già freddo dopo il tramonto. Il Music Pavilion è aperto su tutti i lati; sulla piattaforma di legno erano state sistemate sedie pieghevoli. Le persone arrivavano con il cappotto e si sedevano a pochi passi da chi avrebbe parlato. Fuori dal padiglione si vedevano ancora le luci della città. Il Bow River era vicino.
Non sembrava una buona notte per osservare il cielo. Più tardi, però, le nuvole si sono aperte. La luna è diventata nitida e, attraverso un telescopio, si riuscivano a vedere persino gli anelli di Saturno. Il pomeriggio seguente ha piovuto e la temperatura è scesa. La sera, invece, il cielo era quasi completamente sereno.
La prima sera coincideva con la Festa di Metà Autunno della tradizione cinese; la seconda era la sera successiva.

Scripts Under the Stars《仰望之間》 faceva parte dei Calgary Culture Days e si teneva al Music Pavilion di East Village, lungo il RiverWalk vicino al Bow River. Il padiglione è nato come spazio pubblico aperto per incontri culturali. East Village e il Rivers District si trovano nel luogo che i Blackfoot chiamano Moh’kinsstis. La storia di questa terra è molto più antica dei condomini, dei percorsi pedonali e del centro cittadino che oggi la circondano.
L’incontro era piccolo.
Il luogo no.
Camminare insieme lungo questo fiume
Wilfred Day Rider ha parlato della propria lingua e cultura Blackfoot, della terra, del sole, della luna, delle piante e degli animali. Non ha descritto gli esseri umani come separati dal mondo, ma come parte di una rete di relazioni. Senza il sole, la luna e Madre Terra, ha detto, non potremmo vivere.
Lo ha riassunto così:
“We are interconnected to everything.”
Siamo connessi a tutto ciò che ci circonda.

Queste parole venivano pronunciate ai margini del centro di Calgary. Strade, edifici e luci urbane erano a poca distanza. Lo stesso valeva per il fiume, gli alberi e il cielo notturno.
La città era uno strato arrivato dopo.
Marsha Hanson è Cree delle Pianure e appartiene alla Prima Nazione Muskoday, in Saskatchewan. Quella sera ha condiviso storie e insegnamenti ricevuti dagli Anziani cree, insieme ai ricordi di quando, da bambina, guardava il cielo notturno.
Ricordava di stare fuori, parlare di Orione, dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore e inventare storie a partire da ciò che vedeva. Le storie, diceva, sono un modo per trasmettere gli insegnamenti.
Più tardi ha detto alle persone sedute davanti a lei:
“Walk this river together.”
Camminiamo insieme lungo questo fiume.
Ha dato loro il benvenuto su quella terra. E ha invitato chi veniva da altrove a non mettere da parte la propria cultura: portarla con sé, mostrarla, e partecipare anche alle feste e alle tradizioni degli altri.
Camminare lungo lo stesso fiume non significa diventare uguali.
Sotto il padiglione c’erano persone arrivate da luoghi diversi. Alcune appartenevano a comunità legate a questa terra da molte generazioni. Altre si erano trasferite a Calgary solo pochi anni prima. Alcune venivano da Hong Kong, altre erano nate in Canada. C’era chi era venuto apposta e chi forse si era fermato passando lungo il fiume.
Non parlavano nemmeno una sola lingua.
Neppure la lingua era una sola. Si parlava inglese e cantonese. Chi preferiva seguire le parole anche per iscritto poteva usare sottotitoli in inglese oppure sottotitoli tradotti in cinese.

La lingua era soltanto un’altra distanza da attraversare. Se una persona voleva parlare e un’altra voleva ascoltare, non c’era motivo di lasciare che quella distanza chiudesse troppo presto l’incontro.
La Festa di Metà Autunno conosce anche la distanza
Per molte famiglie cinesi, la Festa di Metà Autunno è legata all’idea di riunione. Ma parlare di riunione significa già ammettere una realtà: le persone si separano.
C’è chi resta dove è nato e chi si sposta in un’altra città. C’è chi vive per anni in un altro Paese e, in certe giornate, continua a pensare a una casa precedente.
La luna non accorcia quelle distanze.
Da molto tempo offre però un’immagine semplice: due persone lontane possono ancora alzare lo sguardo e vedere la stessa cosa.
Quando Hanson ha raccontato una storia sul sole e sulla luna, il presentatore, arrivato da Hong Kong, ha pensato ai racconti cinesi che parlano di figure celesti, separazione e ricongiungimento. Ha osservato che comunità diverse possono riconoscere echi nelle storie altrui, pur avendo poche occasioni di sedersi davvero insieme.
L’associazione era naturale.
Ma somiglianza non significa identità.
La storia di un’altra persona non deve diventare una versione di qualcosa che conosciamo già per essere degna di ascolto. E l’esperienza migratoria di una persona di Hong Kong non rappresenta tutti coloro che hanno lasciato casa.
Ascoltare non deve per forza concludersi con “in fondo siamo tutti uguali”.
A volte basta scoprire che un’altra persona pensa alla terra, alla luna, alla famiglia o alla partenza in un modo che non conoscevamo.
E lasciare che quella storia rimanga sua.

Non sapere insieme
Nello stesso padiglione è andata in scena l’opera originale in cantonese 《獵戶》, il cui titolo rimanda a Orione.
Il testo prevede già una scena ridotta all’essenziale: fine settembre, all’aperto, due sorelle che guardano il cielo, una vecchia mappa stellare, una bevanda e una torcia rossa. Al Music Pavilion c’era poco da costruire. La notte era già dietro le interpreti.

È la storia di una famiglia precisa. Non deve diventare la storia di tutte le famiglie migranti.
Ma una battuta trovava un posto naturale in quelle due sere.
Un punto luminoso attraversa il cielo. La sorella più giovane chiede dove stia andando. Da bambine, la maggiore inventava sempre una destinazione. Anni dopo dice semplicemente che non lo sa.
Poi aggiunge:
「而家我哋可以一齊唔知。」
“Adesso possiamo anche non saperlo, insieme.”
Non c’è una grande morale in questa frase. Le due sorelle sono semplicemente arrivate al punto in cui possono condividere l’incertezza.
In quel piccolo padiglione, l’idea suonava familiare.
Forse non capiamo fino in fondo il peso di una storia dentro una cultura che conosciamo poco. Forse non sappiamo quando una persona arrivata da poco a Calgary comincia a chiamarla casa. Forse non sappiamo nemmeno quale relazione avremo noi stessi con la terra sotto i nostri piedi.
Non sapere non impedisce di sedersi insieme.
La scala dell’evento contava. In un teatro da centinaia di posti, chi parla guarda una platea. Al Music Pavilion poteva vedere chi ascoltava, e chi ascoltava poteva vedere gli altri. Se qualcuno rideva, chi era vicino sapeva da dove arrivava la risata. Se qualcuno faceva una pausa, quella pausa restava nello stesso piccolo spazio.
Una storia aveva poca strada da fare.
Oggi pensiamo spesso alle storie come libri, film, registrazioni o contenuti che si possono inviare altrove. Prima di tutto questo, il gesto era più semplice: qualcuno ricordava qualcosa e la raccontava; qualcuno vicino restava abbastanza a lungo da ascoltare.
Non è necessario che tutti ne ricavino la stessa interpretazione.
A volte basta che un’esperienza non rimanga più soltanto dentro una persona.
Non deve essere per forza una stella
Verso la fine di 《獵戶》, un’altra luce attraversa il cielo.
La sorella più giovane dice:
「嗰粒又飛緊。」
“Quella si muove di nuovo.”
La maggiore le dice che non è una stella.
La più giovane chiede:
「咁你又望。」
“E allora perché guardi?”
La maggiore risponde:
「唔係星都可以望。」
“Si può guardare anche se non è una stella.”
Restano sedute. La torcia rossa si spegne. La mappa stellare è ancora tra le mani.
Orione non è ancora sorto.